Western Australia. Sapete quante volte mi sono chiesto…

Western Australia. Sapete quante volte mi sono chiesto

Racconto di una strana, ed in parte anche azzeccata, scelta di viaggio nel Western Australia

Sapete quante volte nella mia vita mi sono chiesto “Ma chi me l’ha fatto fare”?

Tante, praticamente in ogni giorno in cui ho viaggiato. Del tutto comprensibilmente, mi piacerebbe che accadesse più spesso, ma non è questo il punto. Sono fermamente convinto che il viaggio deve essere il mezzo per fare esperienze diverse, per diventare persone diverse…

Come si può dire che una cosa piace o meno se non la si è mai provata? E così i miei viaggi sono tante volte improvvisazione assoluta, un pentimento quasi costante per l’ennesima deviazione o perdita di tempo, ma anche strabilianti scoperte. Non so perché ho scritto queste cose: non è che c’entrino poi tanto con quel che vado a raccontarvi.

Premetto che non avevo mai preso un pesce in vita mia e nemmeno avevo mai manovrato una canna – da pesca – oppure un retino, oppure una rete. Gli unici rapporti che avevo mai avuto con un pesce si erano svolti su un tavolo, con molta soddisfazione devo dire, oppure si sono sviluppati nei magnifici acquari che prendono il nome di barriera corallina, dove mi sono sempre immerso spesso e volentieri, con altrettanta se non maggiore soddisfazione, armato di maschera pinne e tanto fiato nei polmoni.

Durante il viaggio in Australia mi è successo di imbattermi di frequente – su giornali, televisione e nei negozi – su fatti e leggende di pesca, e lo stesso accadde a Perth. Complice il depliant della agenzia di viaggio interna dell’ostello, una foto e il prezzo, mi sono lasciato prendere da uno dei miei colpi di testa. Alla faccia della deviazione…

Siamo partiti in quattro, su una vetusta Ford dal colore ormai indefinibile, in direzione Geraldton. Definita dall’agente una “breve” tappa, la cosa si è subito rivelata un po’ più lunghetta del previsto. Non fidatevi mai dell’opinione di un aussie (australiano) dell’ovest, detto anche wozzies (da Western Aussie)… per lui 600 chilometri sono un breve tratto di strada.

Il mattino seguente ci siamo svegliati alle sei per un’altra tappa, questa volta ragionevole per gli standard wozzies, di 1100 chilometri, verso Karratha, sempre più a nord. Cito giusto due parole lette in un volantino pubblicitario perché mi sono rimaste proprio impresse. “Guys, around Perth and Geraldton you are in W.A.. Once we get outside Geraldton, you will officially be in B.A… Bugger All!!” (Amici, nei dintorni di Perth e Geraldton voi siete in Ovest Australia. Una volta fuori da Geraldton siete ufficialmente in B.A., Tutti Nullità!!!”) Tutto vero.

Il WA è realmente immenso nella sua desolazione, un altro pianeta e per giunta disabitato. Il limite di velocità, bloccato a 110 km/h, effettivamente eccessivo viste le strade diritte e senza incontrare mai nessuna macchina (e nemmeno polizia, of course) è costantemente disintegrato dai 140-150km/h della Ford, il cui motore si rivela un gioiellino. Ogni oggetto che si muove più lento sembra onestamente strisciare nell’immenso tavolato deserto.

Però, non è poi tutto ‘sto deserto. E io che pensavo ad una lunga strada dritta tra dune di sabbia e cammelli. Il paesaggio varia dal “deserto” a “macchie di alberi e cespugli”, a “cintura di colline rosse costruite dalle termiti” nei pressi di Carnarvon.

Su tutto, domina incontrastato il colore giallo delle infinite distese di spinnifex, la dura e spinosa (e non commestibile) erba del deserto. A Carnarvon inizia la strada in cui gli emù sono considerati killer della strada. Sono veri killer, a quanto vedo: le (numerose) carcasse delle auto che ne hanno avuto un incontro ravvicinato sembrano ancora tutte al loro posto. Degli emù non si vede nemmeno l’ombra (voglio dire… io non ne vedo…), ma lo stesso la Ford non supera nemmeno per errore il limite dei 110 km/h.

Il trasferimento si è allungato a dismisura e ben ho pensato di concedermi un pisolo meritandomi l’odio dei compagni. Ogni volta che alzavo una palpebra, puntualmente tornavo a pentirmi della scelta. Lungo, troooppo lungo, ma come il destino vuole, siamo infine giunti a Karratha, uno strano posto.

Nulla sembra essere normale a Karratha: è un paradiso solo se BA e vento che urla nelle orecchie costituiscono la tua idea di paradiso. Il tempo di una dormita, e ripartiamo con una 4WD per la Burrup Peninsula. Ancora insonnolito, nemmeno avevo capito che quel giorno si andava già a pesca. E dove, se no, visto che avevamo fatto ben 1800 chilometri (e altrettanti ci attendevano al ritorno) solo per quello!!!

La nostra guida, e proprietario dell’auto, è uno strano individuo. L’aspetto è normale, pacifico direi: circa 50 anni, statura media, abbigliamento del bushman medio, sorriso medio, vivacità media… Rimango davvero sorpreso quando egli ammette con modestia – sempre media – che scrive regolarmente articoli per i mensili, bimensili, settimanali e quotidiani australiani, e che viene regolarmente invitato in televisione.

A fare che? Ma a parlare di pesca, of course!!!

Ci vogliono molte insistenze per fargli ammettere che, in effetti, suo era il record australiano (ed anche mondiale visto che quel pesce non vive altrove) del più grosso barramundi mai pescato. Insomma, Cotzie è una celebrità, una star negli ambienti della pesca. Capire da dove venisse questa passione, io che di pesca conoscevo solo quella della parrocchia – sapete, quella col numerino arrotolato dentro un maccheroncino – era una delle curiosità che volevo togliermi. Comunque ho cominciato a fissare Cotzie come un eroe, o quasi.

Abbiamo percorso numerose strade sterrate e sfiorato baie perfette per la pesca, ma evidentemente non per Cotzie. Non conoscendo ancora le sue qualità di pescatore, potevo intanto apprezzare la sua guida: un mago col volante. È stato un piacere oltrepassare le asperità quasi senza scossoni o sballottamenti: la jeep sembrava procedere come un treno sui binari di un treno. Ciò permetteva di godere completamente uno spettacolare panorama: rocce rosse, sabbia rossa, graniti rossi, tutti con le forme più strane. Tutto molto affascinante… a patto di non viverci ovviamente.

Il programma di Cotzie prevedeva una pesca al largo dell’isola più esterna dell’arcipelago Dampier, detta Huoy Island, ma un forte vento sollevava onde contrarie per cui egli ha fermato la capace pilotina poco prima, nel passaggio tra essa e Legendre Island. Per me è cominciata un’altra lunga agonia, non differente da quella vissuta nelle due lunghe tappe in macchina. Dovevo immaginare che non mi sarei affatto divertito a starmene per ore con una canna da pesca in mano, così ogni tanto mormoravo maligno: “Embè, è tutto qui pescare in W.A.?” Però il pesce era tanto e abboccava come se non aspettasse altro che di uscire dall’acqua. Lo faceva in maniera gioiosa, direi… tanto che ho provato a tenere il retino a pelo d’acqua per verificare se le canne e l’esca servissero effettivamente, guadagnandomi lo sguardo compassionevole dei compagni più Cotzie. Li ho sorpresi più volte a fissarmi, a soppesare quanta follia ci fosse in me e quanta normalità. Non conoscendomi, non potevano sapere che sono solito fare esperimenti. Semplicemente, sono incapace di prendere per buono tutto quel che mi viene detto, un vero San Tommaso, insomma…

Di tanto in tanto ci spostavamo. Ogni baia era un ribollire di attività sottomarina. Per 150 metri verso riva, il fondale straripava di coralli. Non per niente, quella baia aveva il nome di Coral Bay, toponimo piuttosto diffuso, direi… Ma era un vero spettacolo l’affollamento di pesci piccoli che a loro volta attiravano i grandi che a loro volta abboccavano come affamati. Ingordi… Ogni urletto anticipava la fuoriuscita di un pesce più grosso e, visto che l’attività non mi entusiasmava, per la gioia di tutti mi sono autopromosso videoperatore ufficiale del gruppo.

Con quattro cineprese altrui appese al collo, filmavo e filmavo per i posteri quel particolare fishing game senza giganti. Filmavo e studiavo ogni centimetro di Legendre Island, un lungo lastrone di granito che esce dal mare anche per 50 piedi, circa 17 metri. Interessante era anche tutto il lavoro prodotto dalle onde sulla sua costa, piena di cavità come un formaggio svizzero. Solo giallo spinnifex cresceva sull’isola. Mi sono molto emozionato, e non poteva essere altrimenti, quando piccoli squali hanno cominciato a zigzagare come forsennati vicino a noi. Le lenze fuori (è proibito pescare squali in Australia) abbiamo attentamente osservato, e io ho filmato. È stata l’emozione più grande di quel giorno, soprattutto dopo che Cotzie ha ammesso di non avere mai visto dei macks (o dei makos non ho capito bene, ma così si chiamano) tanto grandi. Onestamente, a me non sembravano così grandi. Forse Cotzie dice la stessa cosa con tutti.

Il vento era nel frattempo calato per cui siamo usciti in mare aperto qualche centinaio di metri al largo di Huoy Island. Ragazzi… era Oceano, vero Oceano. Di lì a Capo di Buona Speranza non c’era mica più nulla, solo mare. L’acqua era profondamente e intensamente blu e le onde di circa 2 metri e… beh lì ho cominciato a capire cosa significa prendere un grossa preda all’amo. Io filmavo e filmavo e i miei compagni sudavano e imprecavano, imprecavano e sudavano… Tre pesci regina, uno di oltre un metro e mezzo, sono atterrati in coperta. Quasi quasi, speravo, qui tirano fuori un bel pesce volante, un marlin d’argento tipo quello de “Il vecchio e il mare”… Vana speranza..

Da Karratha, il giorno seguente siamo tornati via terra verso sud e Shark Bay. Abbiamo pernottato a Monkey Mia (si pronuncia “maiahh”, e non “mia”), famosa nel mondo perché i delfini nuotano fino a riva tanto che puoi giocare con loro in un metro d’acqua. Non è stato solo questo: è una baia stupenda, con l’acqua più blu che ho mai visto e, a differenza delle altre spiagge australiane, davvero affollata… certi bikini… Ci siamo quindi rilassati tutti prima di volare, il giorno seguente, a Dirk Hartog Island. Il volo è volato (scusate il gioco di parole) grazie ai racconti del nostro pilota, da poco messosi in proprio col piccolo simil Cessna a sei posti. A dargli retta, dopo avere pilotato (come mercenario) elicotteri durante dozzine di guerre civili in Africa, si era stufato. Ironicamente gli ho domandato se non ne avvertisse la mancanza. Non sono riuscito a tacere. Non ha risposto, ma devo dire che l’atterraggio su Dirk Hartog – tra vento forte, pista scavata a mano che bellamente usurpava tale nome, e un ricovero per le pecore che si fregiava altrettanto ingiustamente del nome di hangar – è stato piuttosto movimentato.

Poteva forse quell’emozione sostituire il crepitare delle armi? Per conto mio poteva… eccome se poteva… Me la sono quasi fatta addosso. La nostra nuova guida era in attesa alla fine della pista, in salita. Si stagliava contro le nuvole livide della tempesta incombente. Velocemente, per precedere la tempesta, il simil Cessna si è disposto col vento, ci ha scaricato e ha caricato gli escursionisti di ritorno.

Il viaggio in Land Cruiser è stato, fortunatamente, meno emozionante del volo. Attraversare un allevamento di pecore è stato interessante. Anche se in maniera differente, il mare di questo luogo è stata la meraviglia delle meraviglie. È bastato sedersi a riva per assistere alla lotta quotidiana di predatori e predati, il tutto in scala reale, uno spettacolo davvero unico. Sto parlando di tonni e squali, di marlin, e soprattutto di balene. Tra noi era tutto un indicarci i punti in cui l’Oceano improvvisamente schiumava, rivelando la presenza di grandi pesci. La nostra pesca non poteva che essere da terra e così abbiamo passato il pomeriggio a gettare lenze in un paio di baie. La nostra guida ha tirato su un tonno da 8 piedi, io mi sono accontentato di un tonnetto da 3 piedi scarsi e, come sempre, di guardare e di filmare i miei compagni con i loro relativamente smilzi pesciolini. Però, la qualità era controbilanciata dalla quantità: ne tiravano su uno dopo l’altro. Il tempo di riavvolgere la lenza ed era già ora di tornare all’aereo. Peccato, perché Dirk Hartog è un luogo interessante e vi è persino un lodge. Sarà per il prossimo viaggio… nella prossima vita però.

Pur non avendo mai pescato, devo dire di essermi molto divertito. Mi è piaciuta questa parte del WA, paragonabile per tanti versi alle non tanto lontane (in senso lato, of course) isole Salomone di più giovanile memoria, ma in scala e selvaggità assai maggiori. E certamente la pesca non ha nulla da invidiare a nessuno: la costa è totalmente o quasi spopolata e il pesce, vero pesce selvatico, si trova ovunque…

Provare per credere

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