Lanzarote mi era rimasta nel cuore e nella mente pur avendoci passato solo tre giorni nel lontano Gennaio 2003 (vedi Lanzarote: un sogno divenuto realtà).
La più bella – a mio modesto parere – delle Isole Canarie aspettava il mio ritorno già nel 2020, ma il Covid portò via con sé quella vacanza già minuziosamente preparata insieme alla mia famiglia. Quest’anno ci siamo arrivati col fiatone a Lanzarote, io quasi in burnout. Mille pensieri e preoccupazioni hanno allungato a dismisura il viaggio di andata. Ricordavo che era lungo, non così tanto. Mi sarei chiuso nel mio mondo, come ero solito fare quando i trasferimenti di 24 ore o più erano la “normalità” nei miei viaggi, ma non è stato possibile con una bimba/ragazzina di 11 anni curiosissima di tutto, e con una moglie mezza malata, che andava sostenuta e coccolata.
Non so proprio dove ho attinto energie necessarie. Per fortuna, il viaggio di 12 ore da casa fino all’appartamento della vacanza è andato benissimo, tutto. Lanzarote, appena al largo del Marocco, territorio spagnolo fin dal 1500, ci ha accolti con sole e vento, e – contrariamente a quel che si può pensare – una temperatura molto gradevole anche se era già giugno. Il vento, che non ricordavo, sarebbe stato forte tutta la settimana, tanto da studiarne ogni giorno la direzione appena alzati per programmare al meglio la giornata.

Il vento, e le nuvole pesanti fin oltre metà mattina, con temperature persino “freschine”, sui 18 gradi circa, hanno caratterizzato ogni mattina. Un bel clima, con aria purissima perché il profondo respiro dell’oceano è presente ovunque.
Una prima riflessione, non scontata, è che ho ritrovato l’isola stupenda che ricordavo. Le linee e profili scarni, talvolta drammatici, di questa isola forgiata, è il caso di dirlo, dal fuoco dei vulcani non sono ovviamente cambiate, anche se a Lanzarote è infine arrivata l’onda lunga delle speculazioni edilizie massive, invadenti, seppure contenute nelle rigide linee urbanistiche dettate da sempre da César Manrique, un architetto/artista visionario, nativo di Haría. Il nome di Manrique è sempre più sinonimo dell’isola, tanto la sua presenza e visioni si sentono e vedono ovunque.

Il cambiamento più evidente, oltre alle nuove urbanizzazioni di Playa Blanca, Costa Teguise e di Puerto del Carmen cresciuta parecchio in questi 20 anni, è avere trovato ovunque coltivazioni di malvasia, mentre allora era appannaggio della piccola ma spettacolare (lo è ancora) area di La Geria. Una volta usata per produrre un vino passito liquoroso e dolce, l’affermarsi a livello internazionale in prestigiosi premi enologici della sua varietà secca – davvero eccellente – ha creato delle opportunità di economia sostenibile che gli indigeni non si sono lasciati sfuggire.
Un altro grosso cambiamento l’ho trovato in me. La ricordavo più piccola Lanzarote, con spostamenti veloci allora su una normale strada tenuta benissimo che l’attraversava tutta, da Playa Blanca a sud fino al Mirador del Rio a nord, passando per Puerto del Carmen e Arrecife a est. Oggi perfette e veloci strade a 4 corsie l’hanno sostituita, e molte altre nuove strade conducono ai luoghi più belli, che allora erano alla fine di lunghissimi sterrati.
Ma ho ritrovato lo stesso, ovunque, quelle sensazioni e quei paesaggi drammatici da “fine del mondo”.

Pur con spiagge e mari meravigliosi, Lanzorote non è isola di sola vacanza di mare, ma da viaggio vero, di full immersion in una natura totalmente vulcanica che la rende unica al mondo. Particolari sono tutti i must dell’isola, dalla Cueva de los Verdes (è necessario prenotarsi on line, altrimenti non si riesce ad accedere al parcheggio) all’adiacente e simile, ma plasmato da Manrique, Jameos de Agua, dal Mirador del Rio (che contiene molte opere e installazioni dell’architetto) sullo splendido arcipelago de La Graciosa alle intramontabili Montañas del Fuego di Timanfaya, dai paesaggi patagonici di Famara e Caleton Blanco, ai memorabili paesaggi, spiagge e mari tropicali di Playa Papagayo, le cui acque sono appunto piene di coloratissimi pesci pappagallo, e tanto altro ancora.

Il mio personale top di questo viaggio è stata la lunga camminata sulla lunga mezzaluna di Famara, fin sotto la spettacolare falesia che la chiude a nord, sulla cui estremità si intuisce più che vedere il Mirador del Rio. Allora non c’erano strade e tanto meno abitazioni, ma quelle presenze oggi sembrfano amplificare la drammatica spettacolarità di quei landscape, davvero“terre che fuggono” per dirla all’all’inglese, il tutto esaltato dai sorrisi bambini dei centinaia di surfer che si divertivano come matti in quel contesto. Spettacolare anche il pranzo con parilla de pescado nell’omonimo paese di Famara: non potete mancarlo perché è l’unico locale di tutta Lanzarote che – coraggiosamente – offre tavoli affacciati sul mare, vento permettendo.

E come non citare l’emozione di mia figlia nel calpestare, dopo una passeggiata nello scuro paesaggio lunare, il fondo del cratere di El Cuervo, la mia di visitare l’abitazione di Manrique, una spettacolare casa museo dove la presenza dell’artista si sente in ogni angolo.
Il cibo, fresco e genuino ovunque, anche tra il “fresco” dei supermercati (spettacolare la bontà del pesce, appena pescato) trova la sua sublimazione nei piccoli e tradizionali ristoranti fuori dal giro turistico, nelle comide casere e nei teleclub, dove la gente del posto si trovava a guardare insieme la TV, oggi centri culturali che hanno trovato nella somministrazione della buona e genuina cucina locale a prezzi popolari un sostegno (sostenibile) alle loro attività.
Per concludere, due parole sul simbolo di Timanfaya. Il diavolo stilizzato creato da Manrique, in realtà un “povero diavolo”, altri non fu che un giovane sposo che, durante l’eruzione del 1730 che sconvolse l’aspetto dell’isola, si ritrovò con la sposa travolta e uccisa da una grande roccia lavica sputata dal vicino vulcano. Disperato, ma deciso di poterla salvare, egli spostò il masso incandescente facendo leva con un forcone a cinque punte trovato nei paraggi. Vedendo la sua amata senza vita, in preda alla disperazione il ragazzo andò a sua volta incontro alla morte sfidando il vulcano brandendogli contro il forcone fino a che la lava non lo inghiottì. Una triste storia di perdita e distruzione, ma anche di straordinaria capacità di reagire agli eventi catastrofici.



