L’attesa a questo viaggio l’ho trascorsa in maniera più o meno simile a quelle dei viaggi precedenti – qualche lettura, qualche domanda qua e là, l’acquisto di una guida – ma niente avrebbe potuto prepararmi all’impatto con la realtà che, in Cina, il fai-da-te richiede una dose super rafforzata di pazienza.
Il mio viaggio fai-da-te in Cina (inizio anni 2000) è stato mentalmente stressante, un tortuoso percorso continuamente sul filo del rasoio…
Mi sono mosso in un paese straniero non solo per la lingua, per una educazione e cultura – confuciana e maoista – che spingeva i cinesi a sorridermi anche quando ero seriamente alterato, ma alieno tanto la diversità era tangibile.
La Cina è un grande Paese in ogni senso. A partire dalla Grande Muraglia, tutto in Cina è grande, o gigantesco, con la sola esclusione dei cinesi ovviamente, che però si rifanno col numero.
Gigantesca è l’estensione, gigantesche sono le città, i laghi, i fiumi, le dighe, i palazzi, i ritratti di Mao, le piazze…
Ma se le sorprese sono ovunque dietro l’angolo, ancora più vicina è la perdita della pazienza.
Allora sconsiglio, fortemente sconsiglio il fai-da-te in Cina, anche a chi è viaggiatore esperto, titolo che io non ho anche se mi piace pensarlo, oppure di procedere lungo itinerari dettagliatamente ben definiti e preparati, evitando le improvvisazioni.
Io, invece, non ho mai rinunciato ad affidarmi all’umore del luogo e del giorno, e in Cina i problemi sono venuti regolarmente al pettine. Non si è trattato solo di fare due volte una fila, o di ricevere una informazione per un’altra: con la maggior parte dei cinesi la comunicazione ai fini pratici si è rivelata una mission impossible.
L’impatto, a Pechino, Bejing, letteralmente “Capitale” (bei) “del Nord” (jing), non è stato dei migliori fin dalla scelta dell’albergo che in aeroporto ha richiesto quasi un’ora. E mi sono rivolto ai comitati d’accoglienza dei Tour Operator…
Mi è venuto da pensare che a nessuno di loro era mai capitato – ma non posso proprio crederci! – un viaggiatore (povero) senza prenotazione, uno di quelli che fanno dello spirito di adattamento la propria bibbia.

La scena è facile da immaginare: io che giro a vuoto, l’ansia ventilata dalla possibilità di rimanere senza un letto (male che vada, dormirò in aeroporto, però…) che monta e monta, la stanchezza del viaggio che non aiuta, il nervosismo che sale… Ma niente da fare: gli alberghi (del giro turistico) sono tutti pieni, così mi dicono.
Continuo ad insistere, ma senza perdere le staffe, e solo dopo un’ora, grazie all’opera di persuasione di un nonnetto europeo, evidentemente più capace di me nel “relazionarsi” alle interfacce cinesi, salgo finalmente a bordo di un torpedone di – pensate un po’ – pensionati olandesi.
Guardandolo, ho imparato che il modo migliore per ottenere ciò che si desidera da un cinese – ciò che altrove, in qualsiasi altra parte del mondo, un turista o viaggiatore otterrebbe immediatamente – è quello di dare platealmente in escandescenze.
In Cina, alzare la voce, gesticolare nervosamente è equivalente allo sventolare un biglietto da cento dollari, qui come in ogni altra parte del mondo. La lusinga non è uguale, e nemmeno simile, ma per il nonnetto e me ha funzionato. Mi sono venute in mente quella parti di romanzi ambientati in Cina dove i cinesi rifuggono dal “diavolo straniero” che blatera, e quando non riescono ad evitarlo non vedono l’ora di toglierselo di torno.
Depositato il bagaglio in camera – l’albergo non poteva che essere del genere “lusso” e lo zaino fa uno strano effetto sulle lenzuola – mi getto nelle strade di Pechino non prima, però, perché la lezione è servita a qualcosa, di avere prenotato un posticino nel gruppo organizzato che i giorni seguenti mi avrebbe portato in giro per la città.
Mi sento rilassato, anche se odio orari, appuntamenti e tabelle di marcia: con un mezzo e un cinese (o più di uno, chi lo sa cosa ho prenotato) che penseranno al posto mio e si occuperanno di tutto, mi sento un po’ come tra due morbidi guanciali.
Per il fai-da-te sono sicuro che, dopo due giorni di ambientamento, mi riuscirà un po’ meglio. Il giorno seguente, l’ansia da ignoto è completamente svanita, dissoltasi nelle prime osservazioni delle strade di Pechino. Si comincia col Tempio del Cielo, un complesso eretto al centro di un parco, che veniva utilizzato due volte all’anno esclusivamente per le celebrazioni del buon auspicio, solo da uomini (dignitari di corte ed eunuchi). Le tegole degli edifici sono azzurre, l’eccezione di una città generalmente grigia, dalle strade ai palazzi, ai vestiti della gente, ma tutto sommato il luogo non vale la visita.
Più interessante osservare i cinesi che, nel parco circostante, praticano il Tai chi (una specie di yoga) o il Qi gong (esercizi di respirazione). Pechino è dunque una città grigia. Solo qualche vivace insegna e i colori dei pochi, soprattutto i giovani, che vestono alla moda, la ravvivano appena.

Anche piazza Tienanmen, divenuta famosa perché fu teatro di una sanguinosa protesta, oggi è il centro culturale e storico di Pechino. E’ una piazza grigia, tuttavia è un immenso spazio aperto, pieno di gente rilassata, vuoi perché si tratta di turisti, gran parte cinesi o comunque asiatici – pochissimi gli occidentali – vuoi perché le famiglie di pechinesi la utilizzano per i loro pic-nic, mangiando o bevendo il te, giocando, chiacchierando e facendo volare aquiloni di ogni forma e colore.
L’impatto è strano. Siamo pur sempre nel luogo che fu teatro in diretta televisiva mondiale di uno dei più violenti attacchi ai più elementari diritti umani. Chi avrà mai dimenticato i cingoli dei carri armati che passarono sulle barriere dei manifestanti come fossero scatolette di latta?
A un lato dell’immensa piazza, la più grande del mondo, lunga 800 metri e larga 500, voluta da Mao per radunare folle oceaniche, ottenuta con l’abbattimento di numerosi edifici che sorgevano sul luogo, si trova il mausoleo del padre della Cina moderna, e dall’altro l’entrata alla Città Proibita, famosa fin dai tempi di Marco Polo e del suo “Milione”, su cui troneggia un enorme ritratto di Mao.
La varchiamo e attraversiamo in sequenza porte, mura, palazzi e saloni dai nomi altisonanti: sala dell’Armonia Suprema, sala dell’Armonia Perfetta, sala dell’Armonia Protetta, porta della Purezza Celeste, palazzo della Tranquillità Terrestre, padiglione delle Mille Primavere, padiglione della Pace Imperiale… Questo quartiere imperiale vale da solo un viaggio in Cina

I tetti degli edifici sono tutti di colore giallo, l’ultimo colore imperiale. Le pareti sono laccate e le strade pavimentate di grigio con una striscia centrale di marmo bianco finemente scolpita con nuvole, draghi, serpenti. L’Imperatore Celeste, trasportato sulla lettiga, da vero Figlio del Cielo si muoveva sempre su queste decorazioni.
Sono stato attirato da un particolare ripreso da Gary Jennings nel suo “Il viaggiatore”: il muro che riecheggia, che l’Imperatore aveva fatto costruire in maniera tale che i discorsi di chi si trovava a parlare lì vicino fossero perfettamente udibili, appoggiando le orecchie al muro, anche a grande distanza. Egli usava lo stratagemma per spiare i discorsi dei nemici di corte, o per avere più informazioni sugli uomini che comandava. L’attesa sperimentazione produce solo un gran chiasso di voci, versi e insulsaggini, opera di chi ha avuto la stessa idea prima di me.
Il tempo dedicato alla visita della Città Proibita è stata però del tutto insufficiente ad accontentare la mia curiosità, a immaginare cosa potevano essere quei luoghi prima di venire privati di tutti gli oggetti che Chiang Kai Shek, al tempo capo dell’esercito rivoluzionario nazionale, prima di essere sconfitto portò a Taiwan con i leggendari “sette treni da sette vagoni”, tesori oggi in gran parte esposti al National Palace Museum di Taipei.
Col Palazzo d’Estate, la residenza estiva del Figlio del Cielo, un complesso di palazzi e giardini, ponticelli, stagni, ninfee e rocce si è conclusa la visita della Pechino turistica. Anche qui i nomi per ogni cosa sono ricami poetici… Anche qui sono stato colpito da un particolare: la Galleria dell’Amore, una stradina coperta da un pergolato in legno lunga abbastanza, si dice, da dare tempo a due innamorati che la percorressero, di conoscersi e fidanzarsi. Sono sempre stato un sentimentale…

L’ultimo giorno si va fuori città, a Badaling, dove si gode di una bella vista della Grande Muraglia.
Per due millenni si sono sprecati aggettivi e misure per questa costruzione e io non sono in grado di aggiungere nulla, ma contemplarla snodarsi sulle creste dei monti è uno spettacolo che difficilmente dimenticherò. Anche se non è vero che è l’unica opera costruita dall’uomo visibile dalla Luna ad occhio nudo – è una leggenda metropolitana ormai tanto inflazionata da essere stata ormai promossa a verità – pensare solo al fatto che continuava così fin sul mare meridionale, ovvero per 6000 chilometri, l’equivalente di sette-otto ore di volo, è una realtà più forte di qualsiasi leggenda.
Anche se sono enormemente tentato, non rischio nemmeno la più piccola deviazione dal percorso obbligato. Memore di coloro che, avendo sporcato in terra, sono stati immediatamente requisiti dalle inflessibili guardie e “condannati” a spazzare il suolo per ore in piazza Tienanmen, so che non devo scherzare col fuoco, ma lo stesso per un paio d’ore volo sulle ali di un sogno che nemmeno la folla e lo sfruttamento turistico più selvaggio concentrato nei due chilometri circa della Grande Muraglia aperti al pubblico riesce minimamente a scalfire.

Piomba nel mio sogno una realtà che scopro solo ora e che mi farà compagnia per tutto il viaggio: i bagni pubblici sono sporchi, puzzolenti, quasi sempre alla turca e spesso senza porte. Comincio a comprendere il senso di un consiglio letto da qualche parte sul web in cui si diceva alle donne di portarsi sempre dietro un ampio ombrello, per il sole e per la pioggia, ma soprattutto per le emergenze.
Prima di salire in camera, faccio un salto alla spettacolare stazione ovest di Pechino a prenotare il treno per il mattino seguente. Probabilmente perché è molto utilizzata, scopro che la stazione è più accogliente, organizzata ed efficiente dell’aeroporto. E’ con un sospiro di sollievo che osservo la facilità e la velocità con cui prenoto il mio posto sul treno. Ne sono talmente felice che la sera partecipo alla festa organizzata per i vecchietti olandesi e cadrò di nuovo in una sbronza dopo tempo immemorabile.



