Viaggio in Cina: Nanchino, vera Cina (seconda parte)

Viaggio in Cina: Nanchino, vera Cina

In un primo momento, ero stato molto indeciso tra aereo e treno per raggiungere Nanchino, la capitale del sud, ma devo dire che, lunghezza a parte, la scelta del treno è stata una ottima scelta. Avevo letto di alcuni tratti, a dir poco giudicati spettacolari, un vero viaggio in sé e… mi fa piacere esserne stato testimone.

Ad esempio, il tratto da TaiYuan a Xian e poi quello da Xian a Chengdu, sono formidabili!

Pochi gli occidentali a bordo, ma tralascio questa parte per affrontarla in un nuovo articolo. Sono giunto a Nanchino con un giorno e mezzo di treno, diviso in più tappe. Non so quanta parte abbia avuto il fatto di essere giunto in questa città dopo un buon ambientamento in quel di Pechino, ma sonol sicuro questo mi ha molto facilitato la visita.

Anzitutto, sono riuscito a muovermi sentendomi più a mio agio, anche se non “come più mi pareva e piaceva”. Alcuni i fuori programma, tra cui una lunghissima scarpinata di 13 chilometri a raggiungere il mio albergo, a sera ben inoltrata, sul filo del “coprifuoco”.

Libero nella città, ho imparato cosa significa “guidare come dei cani”.

Non sono in pericolo solo le auto, le bici, i risciò, e va sempre peggio andando verso la periferia. Ogni strada è un fluire e rifluire senza alcuna regola apparente di auto, camion, bici, carretti, animali, risciò, taxi, autobus, tutti stracarichi di gente o di merci, e serve attenzione anche quando si è sui marciapiedi, anche ai pedoni.

I cinesi passano da ogni lato, invadono le carreggiate altrui, non rispettano la minima prudenza, e suonano il clacson a manetta mentre impongono – o tentano di farlo – la legge del più prepotente o temerario…

Eppure sembra non succedere mai nulla.

Il traffico caotico, onnipresente, diventa però quasi un ricordo lontano mentre visito la parte vecchia di Nanchino. Mi è piaciuta molto. Le case in antico stile cinese, alcune perfettamente ristrutturate, altre meno, mi hanno ricordato le lunghe passeggiate all’Habana Vieja.

Qua e là, vicoletti si staccano dalla via principale. Ogni volta, l’impressione è quella di trovarsi davanti a un muro impenetrabile fatto di oggetti, panni stesi ad asciugare, odori e rumori, quindi ogni volta tiro dritto finché non soccombo alla mia curiosità e decido di inoltrarmi, serpeggiando tra filari di lenzuola, rifiuti, mobili e gente, soprattutto gente.

C’è chi gioca a carte, a dama, o mah jong, oppure chi chiacchiera o commenta la TV, chi sonnecchia pigramente o chi bada a un bambino.

Quasi tutti alzano gli occhi su di me e mi indicano l’un con l’altro. Qualcuno mi chiama o mi saluta con un “Ni hao“.

Ignoro gli altri, quelli che mi seguono fissamente con gli occhi. Confesso che all’inizio quei volti e quegli occhi, e l’assoluto grigiore circostante, mi hanno intimidito, poi non più. Anche se ad una prima impressione non sembra, tutti loro sono solo curiosi nel vedere un occidentale – altrettanto curioso – laddove non devono essercene mai visti, o quasi.

Rinfrancato, mi allontano sempre più dalla via principale. I vicoli diventano sempre più poveri, gli odori più terribili seppure ravvivati di tanto in tanto da gustosi aromi di cibi che sobbollono nei wok. Di tanto in tanto, passo davanti, o in mezzo, a qualche artigiano all’opera. Saluto e fotografo, strappo sorrisi e persino risate quanto tento di comunicare per scoprire qualcosa di più.

Qualcuno starà ancora parlando di me, specie delle quattro o cinque gaffe che ho fatto, tra cui uno scivolone che per poco non mi infilava diritto in una fogna a cielo aperto.

Sbircio curioso all’interno delle case le cui porte sono spalancate sul vicolo per sfuggire alla calura umida.

Ovunque, le foto dei defunti sono appese alle pareti, a volte con un lumino o un fiore, oppure accompagnate da un oggetto, ma spesso senza nulla. La cremazione, obbligatoria per legge, e i cimiteri, fuori città e scomodissimi da raggiungere, hanno imposto qualcosa di più pratico, e forse anche più intimo, a tutti coloro che desiderano rendere quotidianamente un pensiero, una preghiera o un omaggio ai propri cari.

Qua e là si aprono piccoli mercatini, indispensabili alla sopravvivenza in una città tanto estesa, in un quartiere che da solo deve contare centinaia di migliaia di abitanti. Vi si vende di tutto, dagli animali domestici di ogni tipo agli animali da mangiare, venduti ancora vivi (cicale… rospi… tartarughe), dai servizi da tè agli oggetti di uso quotidiano, dai giochi ai vestiti, a radio, orologi, ceramiche, vasi, incensi…

C’è la frutta fresca, pesce, cibo fresco o da asporto in grossi cesti di bambù (ravioli cotti al vapore, spaghetti croccanti e riso, riso e ancora riso di mille tipi, in mille salse e mille maniere…). I mercanti, più aperti, mi invitano in continuazione a fermarmi, a toccare la merce, ad assaggiarla.

Mi faccio forza per non comprare nulla perché so che, poi, non ne uscirei vivo, ma cedo davanti a un libretto rosso di Mao, ovviamente l’originale, ovviamente in cinese, ovviamente usato. Chissà quante e quali mani l’anno retto, stropicciato, coccolato e, dulcis in fundo, usato come motivo per infliggere dolore a uomini inermi. Proprio Nanchino cela una delle pagine più dolorose della rivoluzione maoista. 

Però a me rimangono particolarmente impresse le scarpette da donna. Per il Figlio del Cielo e i nobili in genere, la misura del piede di una donna era uno dei principali canoni per valutarne la bellezza e così lo divenne per tutti coloro che potevano permettersi una o più concubine.

Stento a credere che i piedi di una donna potessero entrare in tali scarpe, che sembrano fatte per i bambini di due anni, ma diverse letture mi hanno informato che l’aspirazione di ogni famiglia povera era quella di potere vendere una figlia come concubina a qualche ricco signore e risolvere per sempre il problema della sussistenza. La povera gente cresceva almeno una figlia con con questo obiettivo: più i suoi piedi rimanevano piccoli e maggiore sarebbero state le possibilità di fare il salto sociale.

L’unica parola che mi viene in mente è: tortura cinese. Letteralmente inorridisco davanti alla prova provata dei piedi di una vecchietta, sdraiata in terra per fare l’elemosina. Prima di uscire dal quartiere, incrocio anche un bordello con le regolamentari lanterne rosse appese sul viottolo. Mi viene da pensare che il detto “prendere lucciole per lanterne…” non deve esistere in Cina, ma lasciamo perdere.

Il giorno seguente, la visita alla parte moderna di Nanchino non può essere più stridente. Nanchino è più bella di Pechino, più nuova, curata, colorata. E’ una città più ricca, la gente è vestita meglio, e tra i turisti ci sono molto cinesi benestanti. E’ un piacere passeggiare per le vie del centro, identico a tante city di moderna concezione, con tanto di grattacieli, lunghi mall pedonali, ma il mio pensiero torna spesso al quartiere vecchio e povero del giorno precedente.

Una certa indignazione mi coglie all’interno del tempio di Confucio. Se soffoco non è certo a causa dell’incenso che brucia in quantità industriali in bracieri posti davanti alle varie statue che è proibito fotografare. Immagino che tutto faccia parte della Cina, ma quell’importante luogo religioso al centro di un enorme centro commerciale mi fa venire un gran magone, ad allontanarmi in fretta dalle folcroristiche cantilene che escono dalle labbra di pelati buddini vestiti di giallo o arancio, intervallate da percussioni su strumenti conici, cilindrici o piatti.

Sento la necessità di rilassarmi, di respirare, di liberarmi dal senso di colpa, indignazione, vergogna che mi coglie davanti alle differenze di benessere toccate con mano in sole 24 ore.

Trovo un giardino in miniatura ed entro senza pensarci.

Ogni spazio è sfruttato al massimo. Ogni sua parte si inserisce perfettamente nell’ambiente naturale, arricchendolo in maniera armoniosa. E’ un giardino che non ha nulla a che vedere con i sontuosi e pazzeschi giardini dai nomi umili e contenuti altisonanti già visti, ma sento di apprezzarlo perché quella relativa semplicità è quanto di più vicino ad una coccola io possa ottenere in quel momento.

Quando due ore dopo ne esco, tutti i cinesi di Nanchino sembrano essersi riversati sulle strade. Nel tardo pomeriggio, la temperatura si è abbassata ed una leggera brezza spinge lontano la cappa di umidità. Passeggiano in vestiti graziosi di seta a fiori o a pallini le donne, e in più rigide divise monocolori gli uomini. Rimarranno fuori, ed io con loro, fino al coprifuoco teorico delle 22, quando si spengono luci e insegne.

Solo l’ultimo giorno lo dedico alla visita dei must turistici di Nanchino: la Grande Muraglia (vecchia e nuova), il ponte sullo Yanzi e il forte alla periferia della città, ma senza nessuna reale aspettativa. Da Nanchino ho già avuto molto…

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